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Diario


22 dicembre 2006



Buon Natale a tutti!
Cira e la sua Famiglia!




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26 novembre 2006


Una cronista a Roma, coperta dalla testa ai piedi. 
 
Cammini malferma avvolta nel niqab nero, la versione più oltranzista del velo islamico che occulta le donne dalla testa ai piedi. L’andatura goffa, il respiro reso affannoso dalla stoffa tesa davanti a naso e bocca, le vetrine dei negozi che restituiscono l’immagine estranea d’una sagoma informe. Ma la difficoltà non sta tanto nel guardare il mondo dalla sottile fessura che spezza il manto uniforme, quanto nelle occhiate saettanti che il mondo lancia a te. Gli anziani sbirciano incerti tra biasimo e pena, memori forse d’altre costrizioni imposte a mogli e sorelle, i giovani liquidano la stranezza come una delle tante metropolitane, gli immigrati disapprovano in modo evidente scuotendo il capo di fronte a uno sfidare frontalmente le leggi lontano dalla loro cultura, le donne storcono la bocca mentre gli uomini, loro sì maliziosi, ti fissano con insistenza assai più che curiosa, contraddicendo la ragione religiosa per cui la copertura integrale proteggerebbe il corpo femminile dalle attenzioni maschili. Eppure, la percezione del niqab è molto cambiata da quando i vigili multavano le musulmane a viso coperto a passeggio per le strade di Drezzo, Treviso, Azzano Decimo, in Friuli. Come se negli ultimi due anni la paura dell’Islam fondamentalista nascosto sotto abiti muliebri fosse mutata in disagio: meglio lasciar correre ed evitare grane con i fanatici. Al punto da farti passare velata e inosservata ai controlli aeroportuali, in circoscrizione, dai carabinieri, perfino in quel di Montecitorio. Nessuno che ti chieda mai d’essere identificata e mostrare il volto secondo quanto stabilito non dal pregiudizio islamofobico ma dall'articolo 5 della legge 152 del 1975. Al check-in come se niente fosse Torino, ore 18. Il tassista indugia appena, poi carica la donna avviluppata nel niqab e quasi indistinguibile nella notte. Dopo qualche minuto azzarda: «Mi scusi l’invadenza, ma lei veste così per cultura?». «E’ la mia religione, sono musulmana». «Ah, facevo per dire. Mica distinguo io, punk coi capelli dritti, tipi pieni di piercing, matti veri: sono clienti, basta che pagano. Troveremo un po’ di traffico per Caselle, la disturbo se ascolto la partita alla radio?». Le domande finiscono qui. Al check-in dell’Alitalia l’impiegata prende la carta d’identità, ti guarda negli occhi, l’unica parte visibile, stampa rapida la carta d’imbarco. Stessa scena al varco dei controlli. La fila procede a singhiozzo, bisogna togliersi la giacca, mettere i liquidi in una busta trasparente, lasciare che l’agente tasti braccia e gambe. Tu no: passi liscia come, sotto il metal detector, la borsa da viaggio con dentro, oltre al Corano, collirio, mascara, dentrificio, boccetta di shampo da 220 ml. Tutto quel che le nuove norme antiterrorismo proibiscono di portare nel bagaglio a mano. Ma chi ha voglia di star lì a questionare con un’italiana convertita all’islam, radicale nell’abito e verosimilmente pronta alla polemica? A spasso col velo La giornata seguente è fitta d’impegni. Un salto al mercato, dove un tizio sulla trentina esorcizza il disappunto dell’incontro con chiari gesti scaramantici («Anvedi che gatto nero aò, famme grattà...»), ma il fruttivendolo, commerciante navigato, assorbe bene la sorpresa: «Dimme, bellezza, che te serve?». Pensavi d’essere messa all’indice e invece sembri invisibile. Da Tuttilibri, su via Appia Nuova, in profumeria, dal fornaio, al semaforo a bordo di uno scooter disinvolta e senza casco: ovunque sorrisi, silenzi imbarazzati, occhi bassi, con l’eccezione del gruppo di pensionati seduti su una panchina di villa Lazzaroni che si danno di gomito e commentano: «Lo vedi, però, per quanto velate sono belle ragazze...». Negli uffici della circoscrizione, accompagnata da un’amica con l’hijab, il foulard, prendi il numeretto per richiedere certificato di nascita e residenza. Intorno, colpi di tosse e il bisbiglio di una signora sui settanta alla vicina, «guarda come sono emancipate, hanno il telefonino come noi». Arriva Saiful Islam, candidato degli immigrati alle elezioni per il IX municipio e porge il biglietto da visita, «Siete italiane? D’accordo, ma tra musulmani...». L’impiegato invece non fiata, prende la carta d’identità senza guardarti negli occhi. Chi c’è dietro il niqab? Lui si fida, stampa i certificati e avanti il prossimo. Tutta colpa del politically correct? Così fan tutti. Passi per i tassisti veraci della Capitale che, forse in soggezione, ti danno del lei. Ma ci sono i commessi del negozio Disney di via del Corso pieno di bodyguard quasi più che di giocattoli, le ragazze sorridenti del McDonald's, i clienti di Tezenis immersi tra guêpière in pizzo e perizoma, gli avventori ai tavoli di Rosati, in piazza del Popolo: nessuno pare stupirsi della donna in nero, quasi fosse routine. Certo, in piazza Colonna gli agenti si allarmano un po’. Ma basta scambiare due parole con il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro, che a domanda diretta rassicura «per quanto mi riguarda non appoggerò alcuna legge contro il velo, anzi le dirò che vestita così è proprio carina», e poliziotti, carabinieri, vigili, si rilassano. Sarà il complesso delle Iene, per cui i politici hanno imparato a dosare quel che dicono, ma c’è un’atmosfera di affettata cortesia. Anzi: al civico 24 di piazza del Parlamento, dove ci si prenota per assistere alle sedute di Montecitorio, ti fanno varcare l’uscio dotato di metal detector per spiegarti orari e modalità. Tutti rilassati dunque, in apparenza. O forse davvero abituati all’idea che un’italiana convertita all’Islam sia più rigorosa d’una musulmana doc al punto da coprirsi interamente con il niqab indossato molto raramente dalle immigrate. Michele Placido, volto inconfondibile de «La piovra», avvicinato per un autografo non si scompone: «Vi apprezzo, fate una scelta coraggiosa, controcorrente. Che nome scrivo sulla dedica?». «Aisha». «Aisha come la figlia...». «Come la moglie del Profeta». «Ah scusi, io pensavo alla figlia di Cerami». E porge la mano che una brava musulmana dovrebbe rifiutare. La buona notizia è che la società, dai caffè del centro di Roma all’autobus 105 per Centocelle, cammina più rapidamente dei suoi governanti, incartati nel dibattito se vietare o no la copertura del volto e dimentichi che una legge in materia esiste già e non discrimina i musulmani dagli altri. La cattiva notizia è che, per ansia di politicamente corretto, relativismo culturale o semplicemente paura, si finisce per fare ai musulmani sconti su regole valide per tutti. Fino a lasciar passare una donna velata dalla testa ai piedi dove a un uomo con il passamontagna non sarebbe permesso mai





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20 novembre 2006


AN e i moderati dell'Islam collaborino per fare il referendum sulla moschea 


«Nonostante il sindaco Pericu che fa il Ponzio Pilato», se la ride Gianni Plinio, è partita ieri la raccolta di firme di An per promuovere il referendum sulla moschea a Genova, 800 firme in tre ore, tanto per dire. Una petizione per ribadire al sindaco che «l'idea non è affatto campata in aria: i referendum consultivi sono previsti dagli statuti del Comune e della Regione. Se il sindaco accettasse di ascoltare i cittadini dimostrerebbe di essere davvero democratico». A dare manforte agli esponenti genovesi il portavoce del partito Andrea Ronchi: «Pericu sta trattando una questione così delicata alla stregua di una faccenda di ballatoio».
Secondo il portavoce, promuovere il referendum sulla moschea non significa opporre un deciso «no» alla sua realizzazione («sono in un partito che in passato ha subito vessazioni di ogni genere, figuriamoci se mi viene in mente di limitare la libertà altrui»), ma coerentemente con la linea finiana così prodiga di aperture verso l'ala più moderata dei seguaci di Maometto, si tratta di un'imperdibile occasione di dialogo sulla questione islamica: «Ci preoccupano le dichiarazioni di certi imam estremisti e vorremmo conoscere bene cosa c'è dietro un certo tipo di Islam, ma sappiamo che c'è una grossa parte di fedeli musulmani moderati che hanno tutto l'interesse a condurre con noi una battaglia di vera integrazione, senza ghetti, in cui venga accettata la nostra cultura. È a loro che chiediamo di battere un colpo». Lo fa Salah Hussein il leader della comunità islamica genovese: spunta per capire che succede, gli basta vedere la gente che si accalca intorno al banchetto all'urlo di: Qui in via Coronata lo vedete da soli che la moschea non si può fare». A sottolineare il carattere consultivo dell'iniziativa è ancora Ronchi: «Sarebbe bello formare un comitato promotore del referendum che comprenda anche chi è a favore della moschea». Un'inedita alleanza tra An e l'Islam moderato? Detta così l'idea potrebbe far storcere il naso all'anima genovese del partito, che storicamente si attesta su posizioni più sanguigne. D'altronde il motivo di preoccupazione più grande è proprio la galassia di comunità islamiche riunite nell'Ucoii, più volte in odor di integralismo: «L'Ucoii - avverte Ronchi - dichiara di non volersi integrare, ma solo di “partecipare”. Che significa? Sembra un gioco di parole, e non è proprio il momento di mettersi a giocare. È ora, invece, che ognuno si prenda le proprie responsabilità». E finché l'Ucoii continuerà, per esempio, a non riconoscere il diritto di esistere dello Stato di Israele «ogni dialogo sarà impossibile».
E l'affaire-moschea, a qualche mese dalle elezioni comunali, potrebbe rivelarsi una cartina di tornasole per gli umori politici in città. Ancora il portavoce di An: «L'atteggiamento del Comune in questa vicenda, la sua disattenzione, è uno dei tanti sintomi di quella cappa di amministrazione quasi di regime» che i genovesi «stanno percependo sempre più forte. E questa finanziaria che permetterà alle amministrazioni locali di aumentare le tasse non farà che aumentare il malcoltento verso il centro sinistra».
Sulle proposte di candidatura bocca cucita, ma, assicurano dalle parti di An, il clima è quello giusto perché accada «il miracolo». E i miracoli, ricorda Ronchi, «possono accadere anche nelle città impossibili, basti pensare a Bologna».





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17 novembre 2006


Fini: giusto che i figli di immigrati possano studiare il Corano a scuola.


L'ultimo strappo di Gianfranco Fini è in una intervista che Panorama pubblica nel numero di oggi. Il giornalista gli chiede: «E se un bambino musulmano volesse studiare il Corano a scuola?». E lui: «Penso che avrebbe tutto il diritto di farlo, come materia facoltativa».
Insomma, il presidente di An aggiunge un ennesimo tassello al suo nuovo corredo identitario. E così, dopo le note dichiarazioni sulla possibilità di concedere il diritto di voto agli immigrati, e la presa di posizione contro il «conflitto di civiltà» (affidata all'ormai celebre stroncatura del film «fallaciano» di Renzo Martinelli Il mercante di pietre) oggi consegna alle cronache un'altra opinione destinata ad aprire il dibattito. In sintonia con i leader più innovativi delle destre europee, da Cameron a Sarkozy, ma distante dai programmi delle destre tradizionaliste o xenofobe. Le parole di Fini sull'insegnamento del Corano sono parte di un ragionamento complesso e articolato. Spiega il leader di An: «L'Italia soffre di un problema demografico, abbiamo bisogno di immigrati, che sono un'opportunità, non un rischio. A patto che si integrino. Integrazione vuol dire innanzitutto garantire agli immigrati dei diritti, il diritto di credere nel loro Dio e di professare il loro culto. Vuol dire rispetto delle loro tradizioni e della loro storia. Al tempo stesso, da loro si deve pretendere che accettino la nostra cultura e adempiano precisi doveri». E poi, precisando: «Ovviamente questo discorso vale per chi entra in Italia con regolare permesso di soggiorno e contratto di lavoro, non per i clandestini, che vanno espulsi». Un ragionamento non prescindente dai valori che secondo lui gli immigrati devono rispettare in Italia, e che il leader di An elenca: «Separazione tra la sfera religiosa e la sfera pubblica».
Un ragionamento integrato e bilanciato dalle parole del portavoce, Andrea Ronchi: «Proprio perché siamo contrari ai ghetti che alcuni estremisti vogliono costruire in Italia, possiamo ipotizzare l'idea che il Corano entri nelle nostre scuole. Siamo contro le scuole coraniche dove si semina la pianta dell'odio religioso, siamo contro i ghetti etnici alla via Anelli, siamo per una scuola italiana che insegni ad ogni cittadino diritti e doveri».
E se interpellato a caldo Francesco Storace chiede tempo («Dichiarazioni tanto impegnative non possono essere commentate solo sulla base di un'anticipazione. Voglio prima leggere Panorama per verificare se le ha pronunciate veramente») c'è anche chi non è d'accordo, come il deputato di Forza Italia Maurizio Lupi: «Con tutta la stima e l'affetto che ho verso Gianfranco Fini ritengo che abbia detto un'enorme stupidata». Favorevoli invece il senatore di An Riccardo Pedrizzi, e Ignazio La Russa: «C'è una proposta di Fabio Torriero, che abbiamo fatto nostra: rendere obbligatorie per gli extracomunitari le nostre scuole pubbliche: se viene esclusa la possibilità di scuole coraniche, allora si capisce perché è positiva la proposta di Fini». Cauto l'Udc con D'Alia («E le altre confessioni? Questi sono argomenti da maneggiare con cura») e Buttiglione: «Fini ha ragione ma occorrono insegnanti con titoli riconosciuti dall'Italia»). 





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16 novembre 2006


Classe araba a Milano, l’errore della Melandri

Prendiamo la Lombardia, una delle regioni dove è più forte la presenza dell'immigrazione dai Paesi arabi e musulmani. Ogni cento nuovi nati, ci dicono le statistiche, venti sono figli di extracomunitari: uno ogni cinque. Al ritmo attuale d'incremento delle comunità musulmane e con il tasso di natalità che le distingue (tre volte superiore al nostro), dobbiamo cominciare a prepararci ad un futuro in cui la curva delle nascite sarà sempre più sbilanciata. La scommessa dell'integrazione si gioca anche qui: sulle risposte che sapremo dare alle nuove generazioni d'immigrati. E sull'aiuto che sapremo offrire perché esse siano l'«anello mancante» in grado di saldare assieme, in una visione comune dei valori dell'identità nazionale, le diverse anime di una società multietnica. In questo quadro, la scuola e l'istruzione che i giovani immigrati riceveranno nel nostro Paese assumono un'importanza e un significato ancora più rilevanti. La parte più responsabile delle comunità musulmane ne è consapevole e pensa
che il modo più logico e sicuro di raggiungere l'obiettivo sia quello di far crescere e studiare i propri figli nella scuola pubblica del Paese dove vivono e dove dovranno trovare una collocazione e un lavoro. Assistiti, quando è possibile, da corsi supplementari di lingua e cultura islamica, meglio ancora da corsi interculturali messi a disposizione dei bambini dalle origini più diverse.
Una buona parte della nostra classe politica, la parte che è al governo, fa una scelta di segno opposto. Accetta, anzi incoraggia la diffusione nel nostro Paese di scuole islamiche non parificate, al di fuori quindi di ogni effettivo controllo di legge sulle materie e le modalità d'insegnamento. E sostenute, in molti casi, dalle frange più oscurantiste e radicali del mondo musulmano. La riapertura della scuola di via Ventura, a Milano, è l'ultimo esempio di questa politica ispirata a modelli entrati ormai ampiamente in crisi in tutta Europa. In Inghilterra, in Germania, in Francia, nella stessa Olanda, la prima a spalancare le porte alle scuole dell'islam, si è dovuto prendere atto che esse rappresentano un ulteriore fattore di divisione e di contrapposizione nel tessuto sociale, dando vita a dei ghetti destinati ad alzare pericolosi steccati laddove ci sarebbe bisogno di ponti e strade di comunicazione. Nei Paesi arabi, in cui esiste un islam più moderato, sono sempre più attenti al tema dell'istruzione e le scuole dell'islam radicale sono bandite da tempo.
Un rapporto dei nostri servizi di sicurezza che risale a pochi mesi fa, puntava il dito proprio sulle decine e decine di scuole islamiche improvvisate che operano in Italia.
Denunciando l'impostazione fondamentalista del loro insegnamento e tutti i rischi che comporta una «penetrazione ideologica» diretta a contrastare ogni forma di integrazione. In molte località del nostro Paese operano associazioni di volontari che si sono date il compito di porre rimedio ai «guasti» provocati dalle scuole islamiche. Occorrono almeno due, tre anni di lavoro, dicono, per recuperare ad un livello di istruzione accettabile e a una normale vita di relazione i ragazzi che le frequentano.

Con buona pace di quanti si rifugiano nei luoghi comuni di un multiculturalismo di maniera, non si tratta di rifiutare ad arabi o musulmani ciò che già concediamo a svizzeri, francesi, tedeschi o americani. Si tratta semplicemente di impedire a chiunque si insedi nel nostro Paese di aprire strutture scolastiche incompatibili con le norme dei nostri ordinamenti e con le esigenze dei giusti processi di integrazione. «Bisogna avere paura quando le scuole vengono chiuse, non quando vengono aperte»,
sostiene Giovanna Melandri che, per il dicastero che occupa, un occhio sui giovani immigrati musulmani di oggi e di domani dovrebbe pure tenerlo. Sono parole che accendono la prima, pesante ipoteca sul loro avvenire.




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15 novembre 2006


Una bomba religiosa iraniana 

I leader dell'Iran, gli ayatollah, continuano a minacciare che Israele , il piccolo satana e il suo ispiratore, gli USA, il grande satana saranno annientati tra non molto (3 o 4 anni?) da parte di un islam trionfante, dotato di armi nucleari determinato a stabilire la regola di Allah anche a costo del martirio. Ancora adesso il mondo non sembra troppo preoccupato. Inoltre Russia e Cina tendono la mano all'Iran.

Quanto è seria questa minaccia, come affrontarla? Almeno una parte della risposta può comportare fattori religiosi nazionalistici ed economici che non vengono discussi facilmente. La maggior parte di noi vive in una cultura secolarizzata e pertanto sottostima la determinazione dei credenti veri. Dimentichiamo che solo non molto tempo fa un'Europa relativamente civile fu coinvolta per secoli in lotte sanguinose. Inizialmente religiose, poi a base ideologica.
Così non riusciamo a focalizzare correttamente come fanatici alla ricerca di martirio possano affrontare rischi incredibili e possano ignorare i vincoli imposti dal " bilanciamento del terrore" al confronto atomico nel passato.

Stabilire la legge di maometto con la spada è un dovere basilare per molti islamici. (ricordiamo che l'impero islamico da oceano a oceano non è stato conquistato porgendo l'altra guancia)
Ma per l'Iran sciita ciò significa non solo annientare il Dar El-Harb (casa della guerra) della cristianità, ma anche l'intollerabile eresia SUNNITA. Perciò gli ayatollah chiamano intelligentemente alla guerra contro cristianità ed ebraismo, allo scopo anche di indebolire e possibilmente distruggere i regimi sunniti. Per gli sciiti jihadisti il controllo sunnita della Mecca e di Medina da parte della setta sunnita più estrema, i wahabisti, deve essere ESTREMAMENTE OLTRAGGIOSO. Come quando I Crociati conquistarono Gerusalemme. Essi ritengono che l'occupazione saudita debba essere distrutta e rimpiazzata da un'autorità sciita.

Ma ci sono anche altre ragioni nazionaliste ed economiche perchè gli ayatollah mirino a distruggere l'Arabia Saudita, un alleato del grande satana. Una nazione orgogliosa e razzista (di stirpe ariana), gli iraniani, non hanno probabilmente dimenticato - nè perdonato - i saudito per l'appoggio dato a Saddam Hussein nella sua guerra sanguinosa contro di loro. Dovettero passare decenni, ma gli iraniani riuscirono a vendicarsi dell'America per aver deposto il governo nazionalista di Mossadeq. Uccisero centinaia di marines, rapirono, torturarono e assassinarono brutalmente membri della CIA; presero in ostaggio diplomatici americani e li umiliarono.
Faranno lo stesso, e di peggio, ai sauditi se ne avranno l'opportunità.

E circa l'economia: dopo aver distrutto un'agricoltura prospera incrementando un controllo dei prezzi che era a beneficio dei loro supporter della classe medio bassa. "i frequentatori dei bazaar". Gli ayatollah hanno dovuto ogni anno spendere fortune per mantenere l'enorme "welfare system" che mantiene i milioni di contadini immigrati nelle baraccopoli delle città. Il welfare, calcolato in base alla dimensione delle famiglie, ha incoraggiato l'esplosione della popolazione che ha fatto più che raddoppiare la popolazione iraniana e creato un peso enorme sui ministeri economici.

Ora gli iraniani, che anche sotto lo scià hanno sempre premuto per alti prezzi petroliferi, dipendono ora per la loro sopravvivenza da alti profitti petroliferi. Ma l'Arabia Saudita invece vuole limitare gli aumenti del petrolio per bloccare lo sviluppo di fonti energetiche alternative

Il controllo dei prezzi del petrolio è il presupposto dei preparativi dei militari iraniani per avere in pugno le linee di navigazione del Golfo Persico. Tutto ciò era alla base del conflitto Iran-Iraq, ed è tuttora un obiettivo strategico iraniano. Così l'Iran ha occupato alcune isole all'imboccatura del Golfo, come anche la messa in opera di una base nel corno d'Africa per trattenere rinforzi americani provenienti da Suez. Il possesso di bombe atomiche come minimo neutralizzerà la resistenza occidentale al graduale aumento del controllo iraniano sui prezzi e sugli approvigionamenti petroliferi.

L'Iran potrà contrastare ogni intenzione dell'Occidente di intervenire militarmente contro questo controllo monopolistico tramite la credibile minaccia di bloccare l'estrazione del petrolio o di distruggere i campi petroliferi e i porti di imbarco, precipitando l'Occidente in una crisi economica mortale.

Non è probabile che l'Occidente affronti un Iran fanatico e armato di armi nucleari per il prezzo del petrolio. Molto più probabilmente cercherà il compromesso. Cederà.

Quindi l'Iran potrà cominciare a succhiare risorse su grande scala dall'Occidente, cosa che gradualmente strangolerà e impoverirà la sua econonia. Sarà così facilitato il "pacifico" dominio da parte dell'islam. (basta vedere cosa ha già ottenuto in Europa la moneta petrolio).
Se allora avranno un'opportunità di far vedere la loro determinazione e la loro supremazia in quel momento cercheranno di annientare Israele.

Gli iraniani potranno strumentalizzare l'odio arabo, principalmente saudita contro l'Occidente e Israele non solo per distrarre l'attenzione dai loro scopi ultimi, ma anche per aiutarli, come in Iraq, a rinforzare la jihad sotto le bandier sciite. La loro sponsorizzazione del terrorismo mondiale. il loro sabotaggio di ogni possibile accordo sulla questione palestinese li aiuterà a controllare le masse sunnite.
Sperano che alla fine, quando lo tsunami della rabbia musulmana romperà gli argini, così come profetizzano, spazzarà via i corrotti regimi sunniti e li rimpiazzerà finalmente con un regime puro incorrotto e trionfante: il regime sciita.

Questa è un'argomentazione che ho fatto molto tempo fa nei primi anni della decade 1990, apparsa nel Wall Street Journal, The Financial Times e nel Jerusalem Post

Allora un embargo stretto del petrolio avrebbe significato un crollo delle entrate del regime degli ayatollah e ne avrebbe minato la stabilità. Avrebbe anche impedito il loro costoso programma atomico.
Oggi può essere troppo tardi. Sarebbe però interessante e utile verificare il comportamento di quel regime dipendente dal welfare e dall'esercito di fronte ad un serio crollo delle entrate petrolifere.

Altrimenti solo un'azione militare sembra l'unica alternativa.






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14 novembre 2006


Il Marocco lancia la guerra al velo - da Il Corriere della Sera
Via le raffigurazioni dai libri di scuola. Il governo: l'hijab è un segno politico
La Redazione Tuesday 14 November 2006
Per la maggior parte dei musulmani, e ancor più per le musulmane, la questione del velo è un «falso problema». Una «faccenda privata» ingigantita dall'Occidente, che magari in buona fede (vedi Francia) s'ostina a non capire le priorità del mondo islamico. Da Rabat al Cairo, da Kabul a Jeddah, è questo che ripetono da anni intellettuali, femministe e gente comune. Ed è quindi davvero importante la decisione presa dal Marocco: scoraggiare e limitare l'uso del velo. Forse un giorno proibirlo. Non perché «disgustoso» come l'ha definito il sempre provocatorio Salman Rushdie, né per essere «segno di separazione» come ritiene l'ex ministro britannico Jack Straw.

Commenti che in realtà sono diretti al niqab, il tessuto che copre il viso e quasi nessuno usa in Marocco. Ma perché perfino l'hijab, il foulard che copre i capelli, sarebbe diventato simbolo di quell'Islam estremista che Mohammad VI tenta di sostituire con una lettura moderna e moderata della religione di Allah. Sarebbe una concessione a quell'ala della società marocchina che nel 2003 ha appoggiato gli attentati di Casablanca (45 morti) e che da allora è oggetto di continui arresti e controlli. A differenza di altri passi compiuti sulla via della democrazia religiosa dal «sovrano-cittadino» — come lui stesso si definisce nonostante sia pure discendente diretto del Profeta e «Principe dei credenti» — questa volta la battaglia è stata lanciata in sordina. Scuole e università, uffici pubblici, polizia e linee aeree hanno iniziato a impedire l'uso dell'hijab.

Più recentemente, si è passati ai libri scolastici. Nell'ultima edizione di un diffuso testo per le elementari, ad esempio, la foto di una mamma con bambina muhajjabat, velate, è stata rimossa. E dai libri sono spariti anche gli accenni all'obbligo al velo che il Corano imporrebbe: questione discussa all'infinito in realtà, tra esperti musulmani e non, poiché i versetti in questione (24:27-31) possono essere variamente interpretati. «La faccenda — ha dichiarato il ministro dell'Istruzione, Aboulkacem Samir — non è religiosa, ma politica. L'hijab per le donne è diventato quello che è la barba per gli uomini, un simbolo politico. E noi dobbiamo stare attenti, tra l'altro, che i libri scolastici rispettino l'intera società, non una fazione politica». Anche la risposta, per ora, è stata politica: il dirigente del partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo, Abu Zaid Al Idrissi, ieri sul quotidiano Alliwaa (la bandiera) ha accusato il governo di aver «ceduto alle pressioni degli Usa»: riducendo le ore di religione nelle scuole e mandando al macero 700 mila copie di un libro con foto «velate».

E il Consiglio nazionale degli insegnanti di religione ha denunciato le pressioni presso editori e autori di testi perché questi siano emendati dai versetti sul hijab. La battaglia del velo, in sostanza, è iniziata anche in Marocco. Due anni fa Mohammad VI, sostenuto dalla giovane e colta moglie Lalla Salma, era riuscito a convincere il Paese con la nuova mudawwana, la legge di famiglia più innovativa del mondo islamico che tra l'altro concede il divorzio alle donne e rende quasi impossibile la poligamia. Perfino i partiti e i gruppi islamici avevano accettato quel compromesso tra Dichiarazione dei diritti umani e Sharia. E tutti avevano salutato con favore la nomina delle prime 50 predicatrici donne incaricate di insegnare religione nelle moschee e nelle carceri, così come la partecipazione di teologhe alle discussioni religiose che si tengono ogni Ramadan in presenza del Re. Ma il velo è un'altra storia. Non solo le donne più anziane, le più religiose, le più povere lo portano da sempre. Ma anche tra le classi ricche e colte l'hijab è tornato in auge. Al punto che il giornale saudita Al Watan, in un reportage dal Marocco, segnalava ieri la nuova moda dell'hijab ramadan: veli e abiti islamici riveduti da stilisti moderni, dai colori sgargianti e indossati da attrici e cantanti per andare in moschea nel mese sacro. Convincere le marocchine della bontà della nuova battaglia sarà impresa difficile.




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13 novembre 2006


Un islamico mi ha detto: «Perché non vi rassegnate?»
da www.lapadania.com
La Redazione Monday 13 November 2006


«Perché non vi rassegnate? Noi vi lasciamo manifestare, ma tanto zitti zitti facciamo quello che vogliamo e fra dieci anni qui ci saranno centinaia di moschee e di scuole islamiche».
No, non è il frutto di un’intercettazione telefonica, ma molto più semplicemente alcuni passi estrapolati da una telefonata andata in onda in diretta su Radio Padania Libera.
Giovedì 9 novembre 2006, ore 10 e 15 minuti, come al solito i microfoni dell’emittente padana sono aperti al numero 02-66203529, senza filtro, per dare voce agli ascoltatori sui fatti del giorno.
Telefonate di protesta sulla... ... Finanziaria, sulla criminalità dilagante e sugli impenitenti autori dell’indulto, sulla riapertura della scuola araba a Milano, sulle manifestazioni contrarie del Carroccio e sugli insulti e le minacce che, sia da sinistra che da parte del mondo islamico, ne sono scaturite.
A un certo punto tocca a una voce sicura, determinata, dall’accento straniero, una testimonianza davvero molto utile per capire quanto grande sia la voglia di “dialogo” e di integrazione nutrita da buona parte dell’immigrazione islamica.
«Buongiorno, io sono un extracomunitario con la cittadinanza italiana, vi ascolto e vi volevo chiedere perché non vi rassegnate. Per noi l’importante era mettere la prima pietra e ci siamo riusciti. Io posso garantirvi che fra dieci anni ci saranno centinaia di scuole arabe e di moschee in italia».
L’ascoltatore va avanti, viene lasciato ovviamente parlare.
«Noi se ci mettiamo una cosa in testa la facciamo, intanto vi lasciamo fare presìdi e tutto quanto, ma l’importante per noi è andare avanti. Noi sfruttiamo la costituzione italiana che ci dà il diritto di mettere in piedi la nostra scuola».
Parole chiare, dall’altra parte del microfono il conduttore (che è colui che scrive) ed il regista si guardano e si chiedono cosa manchi ancora a completare il quadro.
«Voi potete fare quello che volete ma io vi posso garantire che di scuole fra dieci anni ce ne saranno centinaia in tutta Italia. Come di moschee. Sì, noi vi lasciamo manifestare ma intanto, zitti zitti, alla fine faremo quello che vogliamo».
Fine delle trasmissioni.
Per i venti minuti successivi le reazioni degli ascoltatori si susseguono fra lo sconcerto e la riflessione.
«Finalmente qualcuno si sarà reso conto del vero obiettivo di questi signori» hanno commentato, da Verona a Torino, coloro che sono riusciti a trovare la linea telefonica libera.
«Tenetela da conto e usatela bene questa testimonianza, sono più utili parole come questa di tante tavole rotonde per aprire gli occhi ai sonnolenti padani». Detto fatto, dal prossimo lunedì la “telefonata modello” aprirà la diretta delle 9,30 che tutte le mattine apre i microfoni di Radio Padania Libera.
«Perchè non vi rassegnate? Noi se ci mettiamo in testa una cosa la facciamo».
E poi non dite che non ci avevano avvisato...
* Conduttore di Radio Padania Libera




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12 novembre 2006


Roma
ISLAM: SANTANCHE', CONTROLLARE COSA SI FA IN MOSCHEE

"Non ho mai detto di essere contraria all'edificazione delle moschee. Credo, pero', che bisogna controllare meglio cosa si fa nelle moschee, perche' il 95% di queste sono controllate dall'Ucoii, e sappiamo bene quali posizioni l'Ucoii ha preso in questi ultimi tempi". E' quanto ha detto la parlamentare di Alleanza nazionale, Daniela Santanche', rispondendo ad alcune domande rivoltele dalla giornalista Rula Jebreal, nel corso della trasmissione televisiva di Rai Due 'Annozero'. "Vorrei sapere - ha detto la Santanche' - con quali soldi si aprono le moschee e se e' veramente necessario procedere all'apertura di nuovi luoghi di culto, visto che solo il 5% degli islamici presenti in Italia le frequenta. Dobbiamo essere certi che siano luoghi di culto, capire quali sono i finanziamenti, fermo restando che la Costituzione sancisce la liberta' di culto nel nostro paese". Quanto alla vicenda della scuola araba di Milano, la Santanche' ha ribadito di essere nettamente contraria, "perche', dopo essermi informata, posso dire che in quella scuola i programmi, l'insegnamento, i libri di testo non sono conformi a quelli vigenti in Italia. Va benissimo aprire delle scuole, purche' rispettino i principi e i programmi vigenti".




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11 novembre 2006

"Michele Santoro"

Ma Michele Santoro che identità ha?
 
Breve riflessione sulla sua trasmissione
Avete visto l’ultima puntata del 09.11.’06 della trasmissione di Santoro “AnnoZero”? Gli argomenti, tutti strettamente correlati, erano l’immigrazione, l’Islam, il muro di via Anelli a Padova, la costruzione di una moschea nella città veneta. Gli spunti per un commento sarebbero molti, Noi ci limitiamo ad un aspetto tra i tanti.

Ad un certo punto parla un giovane prete padovano e dice che per poter accogliere e confrontarsi con “culture ed identità altre” bisogna avere piena coscienza della propria, nel suo caso quella cristiana. Posizione di buon senso? Non per Santoro che prima, in modo poco elegante, gli dà del confusionario, poi non riesce assolutamente a capire come un prete possa fare un’affermazione simile visto che Gesù, a suo dire, era aperto a tutto e tutti, a prescindere dalle identità. Non vogliamo qui entrare in disquisizioni teologiche o esegetiche del Vangelo, ci limitiamo molto più prosaicamente a far notare che:

Gli islamici hanno una forte identità religiosa e culturale e, in generale, ben poco si preoccupato di mettere in atto atteggiamenti empatici nei confronti “degli altri e diversi”; senza contare poi che nel mondo islamico non esiste un Gesù che muore in croce per gli altri, ma un Maometto che conduce personalmente guerre di conquista
I tipi alla Santoro, e ce ne sono tanti, si battono perché gli islamici possano conservare la loro identità, salvo poi fare le loro rimostranze se anche noi, italiani o europei o occidentali, rivendichiamo la nostra i identità. Un pò asimmetrica come posizione, no?
Ci piacerebbe chiedere a Santoro, che tra l’altro si è definito “cristiano” non praticante, se ce l’ha una identità e in cosa si sostanzi
La psicologia del Novecento ci ha insegnato che l’altro può essere riconosciuto ed accettato (e può lui stesso riconoscere ed accettare l’altro) solo dopo che è avvenuto il processo di separazione-individuazione; il che significa che prima di riconoscere l’altro come diverso da me devo sapere esattamente chi sono io! Non può esserci un “Noi” se prima non c’è un “Io”. Non posso dialogare con chi proviene da un'altra cultura se non ho ben chiaro cosa sia la mia cultura e dove affondi le sue radici. Gli altri, gli islamici nella fattispecie, lo sanno benissimo chi sono: Noi lo sappiamo? Santoro lo sa chi è?

P.S. noticina per Vauro il vignettista: a quando una bella vignetta satirica su Maometto o sull’Islam in generale? Anche ieri sera ha dato buca. Suvvia e che ci vuole, le facciamo persino Noi!




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